Cortese di Gavi. Il vino dal (forse) doppio destino.

- Posso avere del Cortese di Gavi?

La mia passione per questo vino deriva da quando ero soltanto un ragazzino e mio padre mi permetteva di recarmi in molte delle tenute dove si produceva questo particolare bianco ligure-piemontese. Di solito si univano a me uno o più amici e viaggiavamo in questo piccolo universo vitivinicolo con lo stesso spirito interessato di funzionari in missione.
Una volta, avrò avuto quattordici anni, attraverso un amico di famiglia ebbi la possibilità di visitare la più prestigiosa casa vinicola di quel territorio. Ricordo bene quando attraversai il lungo salone per recarmi al primo piano. Lì fra gli altri c'era un uomo che non avevo mai visto prima, si chiamava Mario.
Lo avrei rincontrato oltre 20 anni dopo sull'Appennino abruzzese attorno ad un calderone in cui si bolliva e ribolliva la pecora all'uso dei pastori continentali e balcanici.
Solo allora seppi esattamente chi era. Mario Zorzetto, antico chef di Aristotele Onassis, che all'epoca di quel primo incontro da Genova era risalito a Gavi per rifornire di quel vino eccellente la cantina del suo famoso principale.

- No signore, mi dispiace. Non serviamo più il Gavi. Rispose il sommelier.
- Come è possibile? Sono a Genova, probabilmente nel migliore ristorante della città e non trovo il vino forse più blasonato, sicuramente più famoso al mondo dell'area Ligure. Tanto per dire era il vino preferito da Onassis.
- Mi dispiace veramente, ma nessuno lo chiede più. Troppo delicato, cortese appunto. Ormai prevalgono bianchi più intensi, maggiormente profumati, di struttura più corposa e di una gradazione leggermente maggiore. In quanto ad Onassis non è detto che conoscesse il vino.
-
É vero. Forse Onassis non conosceva il vino ma sicuramente poteva scegliere, o farsi aiutare a scegliere, fra tutti gli uvaggi dell'universo mondo. Comunque non è questo il punto. É che un vino eccezionalmente dotato sembra avere il destino segnato. In negativo.

Oppure no?
Certo, con una cucina come quella attuale che si diletta nel giuoco degli opposti, arricchendo ogni pietanza, magari già di per sé perfettamente completa, di un contrappunto sia esso sapido, acido o croccante (o tutti e tre insieme) per esaltare i contrasti fino a banalizzarli in un non senso gastronomico, più il vino è aromatico più copre i gusti del piatto e più il tutto sembra appropriato.

Come i ligurissimi muscoli che nei Restò* della regione diventano cozze per sembrare nazionali e dunque più buoni. Nessuna speranza allora per il Gavi.

Ma se il piatto è delicato? Tutto giuocato su sfumature così sottili da sembrare quasi astratte, come una carne bianca cotta al fieno di maggio? Allora il vino deve essere educato, affabile.
Eccezionalmente buono da completare un pasto che si giuoca su tenerezze infinite ed immensamente delicato da armonizzarsi con pure astrazioni di senso.

E si potrebbe continuare con molte altre ricette.

Ecco allora che un altro destino forse si apre all'orizzonte del Cortese di Gavi. Il destino di un talismano, di un amuleto che, con sé stesso, può salvare il capitale inesauribile della cucina Ligure e dunque della sua cultura ricca di Uomini semplici e di tenerezze nascoste dalle noiose grossolanità enfatiche del trendy più trendy che c'è: l'assenza di debita riflessione.

* termine francese, di comune uso internazionale, per indicare i locali di ristorazione

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