Mar Ligure

Ecco una mia proposta per rendere giustizia alla storia dei Liguri.

L'immagine sottostante illustra il Mar Ligure nei confini:
in verde dell'Istituto idrografico della Marina militare,
in rosso/giallo del International Hydrographic Organization (come riportato da Wikipedia)

L'area blu rappresenta il Mar Ligure secondo la International Hydrographic Organization, classificato con il numero 3.1.1.4 che intende come limite meridionale il 43° parallelo da Capo Corso al golfo di Baratti.

Mar Ligure in Filippo Noceti 01(cliccando sull'immagine apparirà la cartina ingrandita)

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Qui sotto il Mar Ligure con il Golfo del Leone, che si estende dalla penisola di Giens a Cap de Creus.
In realtà Golfe du Lyon trae origine dal greco "Kolpos Ton Ligyon", ovvero Golfo dei Liguri.
Notare che il Mar Ligure era in antico chiamato dai Romani "Sinus Ligusticus", ovvero Golfo Ligure.
Quindi Golfo Ligure a oriente e Golfo Ligure a occidente del capo d'Hyeres.

Mar Ligure in Filippo Noceti 02(cliccando sull'immagine apparirà la cartina ingrandita)

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La prima proposta sarebbe estendere tutto il nome di Mar ligure alla costa fino al confine con il "Kolpos ton Ligyon", mantenendo come limite meridionale il 43° parallelo dal golfo di Baratti all'isola di Porquerolles (attraversando il promontorio di Capo Corso e l'isola di Cap Cros) e di qui al prospiciente promontorio di Giens.

Mar Ligure in Filippo Noceti 03(cliccando sull'immagine apparirà la cartina ingrandita)


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La seconda proposta aggregare i due "golfi" in un tratto di mare più ampio che consideri il confine delimitato da una linea che unisca il confine occidentale del Kolpos ton Ligyon con il 43° parallelo, in prossimità di capo Corso.
Si unirebbero così i due golfi dei Liguri in un solo Mar Ligure.

Mar Ligure in Filippo Noceti 04(cliccando sull'immagine apparirà la cartina ingrandita)

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La terza proposta è unire con una linea immaginaria il limite occidentale del Kolpos ton Ligyon con la foce del fiume Arno presso Marina di Pisa, il confine effettivo della presenza Ligure, in età storica, lasciando peraltro fuori dalla denominazione "Ligure" la citta di "Tirrenia".

Mar Ligure in Filippo Noceti 05(cliccando sull'immagine apparirà la cartina ingrandita)

 

N.B. Questo articolo è stato pubblicato tramite copia-incolla col consenso del suo Autore; l'originale è pubblicato nella sua pagina Facebook. Nel presente testo sono state apportate alcune variazioni tipografiche.

 

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10 maggio. Il Giorno.

Ore nove avanti disnâ. Autostrada A7, direzione Genova, uscita della galleria dei Giovi. Mattino di un giorno di inizio maggio. Ha un aspetto grigio e freddiccio. Non si prevedono piogge. Il sole potrebbe anche mostrarsi con l'avvicinarsi del pomeriggio. Dipenderà dal vento. Adesso c'è una nuvolosità stratiforme con il cielo che si vede come dietro un vetro smerigliato. Sulla sinistra, a mezza costa, il borgo di Montanesi e più in alto il monte della Vittoria sono avvolti nella nebbia. Una nebbia bassa e spessa che da lassù non permette di guardare verso il fondovalle e, tanto meno, in direzione della confinante piana del Polcevera.

Un momento di metà primavera come molti se ne possono vedere in questa parte di mondo.
Così, agli occhi dei suoi protagonisti, doveva presentarsi la mattinata del 10 maggio 1625. Il giorno in cui lo Spazio Ligure rischiò tutto per sconfiggere Carlo Emanuele I, Duca di Savoia, e liberare gran parte del suo territorio già occupato dalle truppe franco-piemontesi.
I savoiardi, decisi a valicare l'Appennino e a conquistare Genova, giungevano dal versante opposto a quello visibile dall'autostrada.

Partendo dalla Valle Scrivia, attraverso Vallecalda, salivano verso quello che allora si chiamava passaggio del Malpertuso (1) . Giunti sotto l'attuale borgo della Vittoria piegavano a sinistra, proseguivano un po' per poi svoltare a destra aggirando la sommità della collina per prenderla sul fianco rivolto verso la Val Polcevera.

Lì, avvolti dalla nebbia, ad attenderli c'era un drappello di difensori provenienti dalla Val Bisagno ai quali si era aggiunta una manciata di paesani guidati dal rettore di Montanesi. Avvantaggiati dalle condizioni atmosferiche questi combattenti opposero una prima efficace resistenza.
In questa storia il meteo giocherà un ruolo decisivo.
I piemontesi,  benché grandemente superiori per numero e dotazioni, con la vista offuscata dalla nebbia non individueranno mai chiaramente le posizioni e la quantità dei difensori. Cosí lo scontro, ingaggiato alla rinfusa, non prende quota. I paesani guadagnano tempo. Il tempo necessario a far giungere in soccorso delle Milizie del Bisagno quelle accorse dalla Val Polcevera. Dopo molte ore di lotta i piemontesi sono accalcati e stanchi. Dopo un altro po' la stanchezza diventa isterismo. Ad un certo punto diventa difficoltà. Carlo Emanuele I deve ripiegare. È l'aggancio con la storia.
Sul posto verrà costruito un Santuario dedicato alla Madonna della Vittoria.
Per oltre 350 anni il 10 di maggio ed il relativo Santuario della Vittoria saranno il Giorno ed il Luogo nel quale l'Universo tradizionale Ligure festeggerà, con la Liberazione dall'invasore, la speranza allusiva data dalla nuova primavera e dall'inizio della stagione agricola dello sfalcio dei foraggi.
Oggi, che la memoria storica è uscita dall'ordine del giorno e come categoria la Campagna non esiste più, sul 10 di maggio e sul Santuario della Vittoria è scesa una stagione di silenzio.
Eppure quella è la data delle date. La data in cui le Comunità Liguri, intimamente e irriducibilmente “repubblichiste” e “resistenti”, non vollero soccombere ed essere egemonizzate dall'occupante monarchico e straniero.

Un filo rosso, quello dello spirito di resistenza, che lega le antiche città, i borghi e la gente comune di Liguria alla più moderna esperienza di lotta antifascista. Non c'è interruzione di contatto in questo percorso di Libertà lungo quasi quattro secoli. Ma, solamente, il 10 maggio è il giorno che per primo ha sconfitto l'autoritarismo e la standardizzazione della società.

Converrà ricordarsene. Perché, se oggi viviamo liberi, lo dobbiamo a quel giorno. 10 maggio 1625.

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(1) Il luogo è noto anche come Passo del Pertuso. Agevole valico che all'epoca, aprendosi su Serra e San Cipriano, portava verso Genova.

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The Ligurian Pavillon

“Vous calculez 800 mètres d'escalade pour 150 mètres de dénivellation, environ trente minutes."

Calcoli 800 metri di scalata per 150 metri di dislivello, circa trenta minuti.
Così dice la signora all'Ufficio del Turismo. Penso che con una temperatura di 41° mi ci vorranno tutti se non vorrò arrivare alla sommità disfatto dal sudore e dalla fatica.

Sono a Entrevaux, città fortificata posta lungo un'ansa del fiume Var al confine delle Alpi Marittime, e nella mia migliore tenuta da esploratore africano mi preparo a salire verso la sua roccaforte. Lassù mi aspetta Gavin Ikelian, un inglese giramondo con ascendenti armeni che ho conosciuto qualche giorno prima ad Agay.

Ci siamo trovati al locale Bureau d'Accueil; io alla ricerca di indicazioni sul misterioso sito paleo-ligure del Vallon de la Cabre, lui alla ricerca di un menhir perduto. Naturalmente le bellissime incaricate non sapevano niente né dell'uno né dell'altro argomento. Del resto, come non scusarle. Abituate ai miliardari della Costa d'Oro non si poteva certo pretendere prestassero attenzione ad un inglese ed a un "francese" dalle dubbie origini.

Comunque, saputo del mio interesse per i siti paleo-liguri della Provenza mi ha invitato a visitare Entrevaux promettendomi una sorpresa.

Conosco Entrevaux per averla visitata anni addietro. E' una strepitosa cittadella fortificata, accessibile dalla “Porta Reale” e dal suo celeberrimo ponte levatoio, dominata da una roccaforte posata in bilico su uno sperone di roccia. La cittadella e l'insieme delle fortificazioni del borgo, nella loro versione attuale, si devono al Maresciallo di Vauban, ingegnere militare di Luigi XIV. Ma la storia di Entrevaux è una storia più che bimillenaria.

Dai precordi paleo-liguri, all'antica Glanate, alla città medioevale Genovese - della quale restano visibili i classici balconi detti provenzali, le “calade”, vie acciottolate con scale ripide, la devozione a San Giovanni Battista – fino alla “Ville Royale” di Francesco I, Entrevaux è una città che fa sognare ed accende la fantasia.

Ed indubbiamente, qui, su questa rocca pendente su un abisso, si rientra sotto l'incantesimo che ho provato a Piol, Cotignac, Ampus, Mons, Agay, Peine Haute, Roquebrune ed in mille altri luoghi anticamente popolati da quegli uomini particolarissimi amanti del brivido e della vertigine che erano i Liguri. Qui, sotto le perfette architetture di Vauban, si sente ancora presente quella passione per una vita sospesa sul vuoto.

“Quel panoramio”, mi dice Gavin nel suo specialissimo slang che mette insieme inglese, francese, spagnolo, italiano e chissà cos'altro. Il “panoramio”, effettivamente, è letteralmente straordinario.

“Attend-toi un autre belle vue”.

Quale sarà questa nuova bella visione? Cosa preferire fra viuzze, fortini, camminamenti, feritoie, antiche botteghe, fontane, palazzi che la storia ha lasciato in eredità a questa posto?

“Guarda là-bas”.

Guardo laggiù e adesso vedo. Era questa la sorpresa della quale mi aveva parlato all'inizio.

In vista, sulla torre della cattedrale c'è una sola bandiera che sventola sulla questa città posto privilegiato per il turismo e tappa della storia di Francia. É una bandiera recante una croce rossa in campo bianco.

“The Ligurian Pavillon”

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Liguria d'Oltremare: l'onnipotenza dei Genovesi.

Ad un osservatore libero non può sfuggire che la Liguria paesaggisticamente più bella e storicamente più affascinante sia quella d'Oltremare. Laddove l'Oltremare sta per una terra che Liguria propriamente non è: la Corsica.
 
Ma il richiamo non è un'invenzione e neppure un gioco e tanto meno un mito scherzosamente usato. È la Corsica stessa che ha ripreso l'antica immagine della gestione Genovese dell'isola per restituircela in raffinata eleganza, in quanto i segni di quella presenza oggi hanno grandissimo credito nel mondo.
Una cosa sorprendente se si pensa che i Corsi hanno sempre esercitato tutti i loro usi e costumi locali come segno di identità. Un'identità così intensa che ha dislocato lungo i secoli le forze della lingua, dei legami familiari, dei prodotti della natura per difendersi dalle altrui ingerenze e dominazioni. Una storia tanto fiera e particolare che persino gli animali da  allevamento l'hanno ripresa; in Corsica, anche le mucche hanno il mantello della tigre.
Lo sapeva bene l'antica Genova, città di memoria lunga, per la quale, fra le tante lotte sostenute nella sua storia secolare, la Grande Guerra era una e soltanto una: quella di Corsica del 1553-59.
Se la Corsica contemporanea decide di rivolgersi a quel suo passato, grande e misterioso, per entrare definitivamente nella casa del movimento turistico-culturale internazionale non è dunque solo un compromesso di comodo.
L'orgoglio dei Corsi ha sempre saputo mantenere la necessaria distinzione fra le cose che li circondano.
La lotta contro la Repubblica di Genova è il portato di questa pratica culturale. Proprio quando a Genova, dopo la congiura dei Fieschi,  scattavano  le ritorsioni “doriane” contro quella parte di nobiltà e di popolazione in qualche modo riconducibile alla sfera di interessi fliscana, in Corsica  i rivoltosi saccheggiavano e distruggevano i beni  di quella parte di aristocrazia legata ad Andrea Doria mentre risparmiavano tutti quelli contraddistinti dalle insegne dei Fieschi.  Così ancora oggi troviamo integri  molti dei beni appartenuti a quella antica casata.
 
Questa marcata tensione immaginifica verso i connotati Genovesi dell'isola ha trovato il suo punto più alto in una trasmissione televisiva* confezionata belle e apposta per presentare al mondo il patrimonio culturale locale.
Il forte di Girolata e la cittadella vertiginosa di Bonifacio ne sono stati, al tempo stesso, la forma ed il tema. Per dirla con le parole della conduttrice: “ Des falaises de calcaire blanches sculptées par le vent, Bonifacio, cité fortifiée comme suspendu dans le vide , un dédale de ruelles  qu'il domine la mer a plus de 70 mètres d'hauteur, signe de la toute puissance des Genois”.
 
Dio salvi la Liguria d'Oltremare e, se può, dia un'occhiata anche alla Madrepatria; c'è tanto bisogno. 

* Il servizio di Carole Gaessler  in Corsica è andato in onda mercoledì 20 aprile 2016 alle ore 20,55 su TV5Monde.

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VERTIGINE!

Vertigine!
Il segreto, il profondo principio che ha messo in relazione le caratteristiche psicologiche dei Genovesi antichi con le loro azioni.

Se si prova a visualizzare la forma di questo principio si scoprono, come già ricordato in altro articolo, le strutture militari della Repubblica di Genova in gran parte sospese nel vuoto.
Poste giusto a qualche centimetro dal precipizio.
Se questo principio si prova a definirlo con precisione si scopre che è un'impresa impossibile. Perché solo una forza che sta nei geni o nell'ambiente può dare origine ad una realtà che è fuori dalla realtà fisica comunemente percepita.

L'effetto dunque è visibile ma il significato più intimo è invisibile.
Del resto, che segreto sarebbe se fosse visibile. Da sempre il segreto è l'equivalente dell'invisibile.
Eppure c'è un momento in cui l'anonimo strumento che ha formato l'inestricabile motivo diventa visibile. C'è un momento in cui dietro l'ombra del mistero si accende una lampada.
È successo con la forma più compiuta di quella misteriosa scelta di vita dei Genovesi antichi: la cittadella di Bonifacio.
Una città alla quale era stata data come compagna la Vertigine, perché le permettesse di svolgere il compito che il destino le aveva imposto: fare da guardiana al territorio della Repubblica di Genova.
Prima di tutto alla Corsica.
Non si poteva prendere la Corsica senza prima prendere Bonifacio.
Non si poteva prendere Genova senza prima prendere la Corsica.

Bonifacio ha tutta la pienezza del genio dei suoi antichi costruttori.
Una intera città-fortezza appoggiata su una base posta cento metri sopra il livello del mare.

Senza dubbio è su questa base che poggia il profondo principio che ha messo in relazione le caratteristiche psicologiche dei Genovesi antichi con le loro azioni.
Stare su in città, sentire le onde frangersi e pensare: è impossibile che io sia qui
Invece è possibile.

Lo hanno ben avvertito i promotori del concorso “ I Monumenti preferiti dai francesi”, i quali hanno candidato alla finalissima la cittadella di Bonifacio. Per loro l'antica misteriosa passione per la Vertigine è stata l'occasione per dare necessità e direzione al futuro di Bonifacio. In modo che questa cittadella diventi una faccenda importante per la comunità internazionale. Non un mero prodotto del turismo.

Senza una teoria che la sostenga e senza una autenticità storica che la riconnetta al presente, una comunità non riesce a fare il suo ingresso nel mondo contemporaneo.

Bonifacio ha dato un segno di quello che potrebbe essere il futuro, non solo turistico, di Genova e della Liguria.

Perché allora per i liguri di oggi è così difficile andare d'accordo con il loro carattere, con la loro anima, con il loro cuore dando la preferenza al perpetuo non curare i loro interessi?

La foto è tratta da http://phoebettmh.blogspot.it/2011/05/france-bonifacio-star-attraction-in.html

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Commenti recenti

  • Ospite (Peter)

    Caro Berto, se non ho capito male, come la mia, la sua critica mira a dissolvere l'equivoco che porta grande parte dei Liguri odierni ad immaginare la propria storia culturale come quella che hanno direttamente conosciuto attraverso la scuola, le iniziative volontaristiche di divulgazione e quell...
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  • Ospite (Berto)

    Lavoro quasi solo per genovesi e non so perché ma cambiano sempre idea. Partono a un modo, arrivano in un altro. Non so se nascono così o lo diventano da grandi.
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